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La storia di Nokubonga Qampi, la "Mamma Leonessa" che ha affrontato gli stupratori di sua figlia

Nokubonga Qampi è diventata famosa in Sud Africa come "Mamma Leonessa" (Lion Mama) dopo aver salvato sua figlia da uno stupro. Dei tre uomini che stavano aggredendo la ragazza, Nokubonga ne ha ucciso uno e ferito gli altri. È stata accusata di omicidio ma una serie di proteste popolari hanno aiutato a far cadere le accuse contro di lei, permettendole di concentrarsi sulla guarigione della figlia.

Pubblicato il 23/06/2020 alle 20:51

Il fatto accadde in piena notte: Nokubonga Qampi stava dormendo quando ricevette la chiamata di una ragazza, che si trovava a soli 500 metri dalla casa della donna. La ragazza disse che la figlia di Qampi, Siphokazi, stava venendo stuprata da tre uomini. Prima dell'aggressione, la figlia era andata a trovare degli amici ma si era ritrovata da sola all'1.30 di notte.
Dopo aver chiamato la polizia, che non rispose, la donna realizzò di essere l'unica persona in grado di salvare la figlia.
"Avevo paura, ma non avevo scelta: era mia figlia" ha detto Nokubonga Qampi alla BBC. "Pensavo che quando sarei arrivata, lei avrebbe potuto essere morta… Perché sapevo chi erano gli stupratori, e sapevo che la conoscevano e che sapevano che lei conosceva loro, e avrebbero potuto pensare di ucciderla per impedirle di raccontare l'accaduto".
Nokubonga ha capito di dover agire subito, e ha trovato un coltello in casa. La donna sentiva le urla della figlia già prima di entrare nella casa dove stava avvenendo l'atrocità.
Quando l'hanno vista, dice, gli uomini si sono scagliati contro di lei. Nell'intervista condotta dalla BBC, tuttavia, ella non è riuscita ad entrare maggiormente nei dettagli. È ovvio, però, che la donna riuscì a difendersi con il coltello, e alla fine uno degli uomini venne ucciso, mentre gli altri rimasero feriti dagli attacchi della donna mentre cercavano di scappare dalla finestra. Lei lasciò gli uomini dove erano e portò la figlia a casa di un amico che abitava nei dintorni.
All'arrivo della polizia, Nokubonga venne arrestata e portata nella stazione di polizia, mentre la figlia fu portata in ospedale, con il cuore spezzato anche al pensiero che la madre potesse dover passare anni e anni in prigione.
Dopo due giorni le donne poterono riunirsi, quando Nokubonga venne rilasciata sotto cauzione. Da quel momento, sono riuscite a farsi forza a vicenda.

via BBC


L'avvocata Buhle Tonise ricorda quanto fossero distrutte le donne la prima volta che le incontrò, una settimana dopo l'attacco. Tra le altre cose, Nokubonga Qampi e la figlia erano in gran difficoltà economica, e ciò alimentava le preoccupazioni riguardo all'impossibilità di difendersi in tribunale. All'inizio sembrava impossibile superare il pessimismo della madre. Nessuno di loro, però, poteva prevedere l'aiuto che sarebbe venuto dai media, che presto soprannominarono Nokubonga Qampi "Mamma Leonessa", creando intorno alla donna una sorta di leggenda. Il nome di "Lion Mama" venne inventato da un giornale locale, che non poté usare il vero nome della donna per proteggere l'anonimato della giovane vittima. Ma il soprannome venne adottato da tutti immediatamente.
"All'inizio non capivo, ma poi ho capito che significava che ero un'eroina, perché quando guardi un leone, questo protegge i suoi piccoli". Ha detto Nokubonga.
Il pubblico criticò aspramente la decisione di accusare la donna di omicidio, e iniziò una raccolta fondi per pagarle le spese legali.
Alla prima udienza, il tribunale si riempì di persone provenienti da tutto il paese, venute per mostrare il loro supporto alla Lion Mama. Il giudice le comunicò che le accuse erano state ritirate.
L'avvocata ha riferito che la decisione ebbe un impatto molto positivo anche sulla salute mentale della figlia, visto il fortissimo legame tra le due. "Per la prima volta, ho sentito la risata della ragazza".
Dopo un anno, a dicembre del 2018, i due stupratori sopravvissuti vennero condannati a 30 anni di prigione. Siphokazi oggi ha 28 anni. "Ero felice" ha commentato. "Mi sentivo più sicura, ma una parte di me pensava anche che meritavano la prigione a vita". La ragazza non utilizzò mai parole più rabbiose di queste, nei confronti dei suoi assalitori.
Soltanto dopo la chiusura del caso scelse di uscire dall'anonimato, per incoraggiare gli altri sopravvissuti di stupro.
Anche sua madre mostra una sorprendente mancanza di rabbia. Spera che gli stupratori di sua figlia possono terminare la sentenza e uscire come persone nuove, cambiate, consapevoli. Ci auguriamo davvero che il sistema possa aiutarli ad andare in questa direzione, e che loro ne siano in grado.




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