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Le abilità sociali dei gatti sono state studiate di meno perché serve ben più pazienza

Le abilità sociali dei gatti possono essere paragonate a quelle dei cani. I gatti, però, sono stati studiati meno: per testarli serve infatti molta più pazienza.

Pubblicato il 01/09/2021

Nel 2019 Kristyn Vitale era una ricercatrice postdoc alla Oregon State University. I suoi studi si concentravano sulla mente dei gatti: un campo di ricerca in cui relativamente pochi scienziati si sono addentrati.

Vitale ha offerto ulteriori prove a sostegno di una tesi un tempo ritenuta quasi impossibile: che i gatti abbiano un'intelligenza sociale particolarmente sviluppata. Con un piccolo felino chiamato Carl, la Vitale ha dimostrato che i gatti possono interpretare segnali sociali come, ad esempio, un dito puntato in una determinata direzione. Si tratta di un'abilità che tutti i bambini possiedono, ma che altri animali, tra cui gli scimpanzé, non mostrano. Due decenni fa era stato dimostrato che i cani passano il test con facilità, e questo aveva dato avvio a una serie di ricerche sulla cognizione canina.

Si pensava che i gatti non potessero farlo. Come i cani, anche i piccoli felini hanno vissuto con gli umani per migliaia di anni, ma discendono da antenati ben meno socievoli. Benché abbiano avuto molto tempo per sviluppare abilità sociali, inizialmente i ricercatori pensavano che i gatti non potessero essere paragonabili ai cani. Ma si sbagliavano.

gatto
Foto di pasja1000 da Pixabay

Carl, infatti, non è un'eccezione. Finalmente, studi sulla cognizione felina sono stati avviati dai ricercatori di tutto il mondo, e hanno dimostrato che le abilità dei gatti sono pari a quelle dei cani: questi lavori possono offrire nuove prospettive sui processi di addomesticazione e sulla trasformazione di animali selvatici in animali "sociali". Addirittura, potrebbe offrire idee sulla trasformazione della mente umana nel corso dell'evoluzione.

Gli studi sui gatti, tuttavia, hanno incontrato diverse difficoltà. Nel 1998, ad esempio, uno studio dell'etologo Ádám Miklósi aveva dimostrato che i cani possono comprendere i gesti umani, e in seguito aveva tentato di studiare anche i gatti, che tuttavia si erano dimostrati restii ad essere testati. Molti soggetti sperimentali, infatti, si allontanavano, "annoiati", o semplicemente smettevano di prestare attenzione.

Nessuno provò a replicare lo studio di Miklósi, e lui stesso giurò che non avrebbe mai più lavorato con i gatti: "penso che tutti abbiano provato, e che quasi tutti ci abbiano rinunciato". Per dieci anni, in effetti, quasi nessuno ci riprovò.

Soltanto pochi anni fa l'etologo Péter Pongrácz, collega di Miklósi, ha portato gli studi sui felini ad un altro livello. Invece di indicare un oggetto, il ricercatore si limitava a guardarlo per capire se i gatti seguivano lo sguardo. Nel 70% delle volte, in effetti, i felini lo facevano.

Anche Pongrácz, però, ha avuto le sue difficoltà con i gatti. Quando ha provato a portarne uno in laboratorio, questo "è scappato nel giro di un minuto in un condotto d'aria. […] Abbiamo dovuto aspettare un'ora prima che venisse fuori".

Per il suo ultimo esperimento, i membri team dello scienziato hanno portato i soggetti nelle proprie case, ma molti felini non cooperavano o si nascondevano sotto i divani. Altri si infastidivano quando i ricercatori cercano di prenderli in braccio. Il team è partito con 99 soggetti ma ha potuto ottenere risultati soltanto da 41. "Se vuoi i risultati da un gatto" ha detto Miklósi "ne devi testare tre".

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