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A Longyearbyen, Norvegia, non possono esistere cimiteri

Non è possibile essere sepolti a Longyearbyen, Norvegia. L'unico cimitero della città è stato chiuso oltre 70 anni fa, perché faceva così freddo che i corpi non si decomponevano, e alcuni di loro portavano ancora tracce del virus dell'influenza spagnola del 1918.

Pubblicato il 05/05/2020
Sull'arcipelago delle Svalbard, ad a poco più di 1000 kilometri dal Polo Nord, il villaggio norvegese di Longyearbyen è uno degli insediamenti più a nord del mondo. Situato nel Circolo Polare Artico, si tratta di un vecchio villaggio di minatori. Per quattro mesi all'anno, Longyearbyen non vede la luce del sole. I suoi 2000 residenti accolgono ogni anno fino a 65.000 visitatori.

Secondo diverse testate, a Longyearbyen sarebbe illegale morire. Si tratta, in realtà, di un fattoide forse alimentato dalle guide turistiche della zona, per aggiungere un po' di fascino al luogo. Non c'è una legge a Longyearbyen che rende illegale la morte: piuttosto, là non si può essere sepolti. Tutti i residenti devono mantenere anche un indirizzo sulla terraferma, dove possono trasferirsi quando invecchiano e hanno bisogno di cure. Sull'isola, infatti, non ci sono case di cura o ospedali attrezzati per i casi gravi (solo per le emergenze). Chi è in pericolo viene subito mandato verso sud, in un ospedale attrezzato.

Ciò che invece è proibito a Longyearbyen è essere sepolti in una bara. Fa così, freddo, infatti, che i corpi non riescono a decomporsi. Per questo, 70 anni fa l'unico cimitero è stato chiuso. I corpi seppelliti nel 1918 portavano ancora tracce del virus dell'influenza spagnola, una pandemia che in quegli anni uccise il 5% della popolazione mondiale.
Nel 1998 alcuni ricercatori sono riusciti a raccogliere alcuni campioni del materiale genetico del virus, estremamente preziosi per la ricerca e lo studio di questo virus, e potenzialmente in grado di aiutare a gestire una eventuale epidemia in futuro.


Longyearbyen, Norvegia

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